Il valore di una carezza

n caro saluto e una carezza.

E’ la formula con la quale spesso concludo un messaggio watshapp destinato a persone che mi sono care.

Una carezza è qualcosa che ci manca, ora più che mai, da quando la pandemia ci ha costretto a restare lontani gli uni dagli altri.

Una carezza, forse, era già qualcosa di raro molto tempo prima del Coronavirus.

Senza fare riferimento alla carezza erotica, preludio e linfa insostituibile dell’incontro di corpi, penso alla carezza come gesto della mano che cerca il contatto con il viso di chi sta piangendo, di chi sta cercando una difficile soluzione e la mano si poggia sul capo di chi soffre.

La carezza, tra le manifestazioni di affetto più forti di una madre verso il suo bambino, di un amore che nasce.

Di una amicizia vera. La carezza di chi si commuove, di chi consola un malato e le parole non servono.

La carezza al nostro cane e quella che il nostro gatto aspetta mentre fa le fusa e si muove flessuoso. E non sembra mai sazio. 

Carezza è il nome di un lago sulle Dolomiti e il suo splendore è una carezza per gli occhi. Una carezza è ciò che vorremmo quando siamo soli, quando muore qualcuno che amiamo. Una carezza ci fa stare bene, è terapeutica, stimola endorfine. Una carezza ci permette di allentare le difese, di guardare la vita con più gioia, ci fa sentire importanti, almeno per un momento. “Io non ho mani che mi carezzano il volto”, scriveva Davide Maria Turoldo e il riferimento, forse, era legato alla sua condizione di sacerdote. Poi Adriano Celentano: “dal pugno chiuso una carezza nascerà”, a dire che una carezza, significa anche lasciarsi andare. “Quella carezza della sera” dei New Trolls, parole di una vecchia melodia che resta nella memoria.

26 marzo 2021

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